Letture di aprile 2017



Teresa Radice, Stefano Turconi – Il porto proibito

Editore: Bao Publishing
Formato: rilegato
Prezzo: 27,00€
Voto: 5/5

Mi era capitato spesso, fermandomi in libreria nella sezione dedicata ai fumetti, di prendere in mano e di sfogliare questo graphic novel, prima ancora di sentirne parlare da blogger e booktuber che seguo regolarmente. Poi, all'inizio di aprile, sono andata in libreria per acquistare un regalo e, mentre frugavo tra gli scaffali alla ricerca del titolo per lui, mi sono imbattuta nell'Artist Edition del Porto proibito e ho deciso di acquistarlo, nonostante il prezzo fosse abbastanza alto.
La trama. Nell'estate del 1807, una nave della marina di Sua Maestà recupera al largo del Siam un giovane naufrago, Abel, che di sé ricorda soltanto il nome. Diventa ben presto amico del primo ufficiale, facente funzioni di capitano perché il comandante della nave è, a quanto pare, scappato dopo essersi appropriato dei valori presenti a bordo. Abel torna in Inghilterra con l'Explorer, e trova alloggio presso la locanda gestita dalle tre figlie del capitano fuggiasco. Inoltre, Abel si accorgerà di essere uno dei pochi in grado di vedere un misterioso porto, avvolto nella nebbia, in mezzo al mare; scoprirà anche che Rebecca, la padrona del bordello della città, è in grado, come lui, di vedere il Porto Proibito.
Leggendo questa sinossi della trama, ci si aspetterebbe un semplice racconto di avventura, con un mistero da svelare e qualche tocco di soprannaturale; e, in effetti, in parte è così. Tuttavia, questo fumetto contiene molto altro. Innanzitutto, contiene una serie di profonde riflessioni sulla vita, o meglio, sul senso della vita, su cosa significhi davvero essere vivi, e, per contrasto, sulla morte. Molto importante anche il tema dell'amore, che qui viene toccato con delicatezza, quasi di sfuggita, ma nonostante questo lascia il segno nella mente del lettore. Non dico altro, perché rischierei di fare spoiler non graditi.
A questi contenuti, tutt'altro che insufficienti, si aggiunge una fitta rete di citazioni, per lo più da canti marinareschi e poesie inglesi, che arricchiscono sia la narrazione vera e propria che i frontespizi dei singoli capitoli. Inoltre, tutte le opere citate, canzoni o testi letterari che siano, sono riportati in appendice, così che il lettore possa recuperarle ed approfondirle. Sempre in appendice, ma solo nell'Artist Edition, sono riportati, a colori, alcuni degli studi preparatori compiuti dagli autori per la composizione dell'opera. Il resto del graphic novel è invece in bianco e nero, con splendidi disegni a matita.
Unico difetto che posso trovare a questo graphic novel riguarda l'intreccio, dato che ho trovato alcuni punti, alcuni colpi di scena, un po' troppo prevedibili. Tuttavia, ciò non comporta una svalutazione generale dell'opera, che rimane senza dubbio uno dei migliori graphic novel che io abbia mai letto.

Giovanni Verga – I Malavoglia

Editore: BUR
Formato: brossura
Prezzo: 6,00€
Voto: 3/5

Di questo classico della nostra letteratura ricordavo solo i pochi brani letti nell'antologia liceale e perciò, qualche anno fa, lo avevo acquistato in previsione di una prossima lettura. Il volume è rimasto in giacenza insieme a tanti altri libri da leggere, finché non ho dovuto rispolverarlo per preparare un esame universitario su Verga, appunto.
Questo volume, acquistato un po' a caso in una libreria che stava svendendo tutto il proprio catalogo a causa di una prossima chiusura, si è rivelata un'ottima scelta: l'introduzione è chiara ed esauriente e riassume in modo adeguato la vita e la poetica dell'autore, da Nedda in poi. 
Penso che ormai la faccenda dei lupini sia entrata di prepotenza nella memoria di tutti e che perciò non ci sia bisogno di dilungarsi con la descrizione della trama. 
Ad ogni modo, per chi volesse rispolverare i propri ricordi scolastici, aggiungo qui di seguito la sintesi perfetta del romanzo verghiano, realizzata da Stefano Piffer.



Non è mia intenzione addentrarmi nella spiegazione delle tematiche esposte da Verga in quest'opera perché, se trattate semplicemente, sarebbero una banale ripetizione degli schemi scolastici (l'ideale dell'ostrica, i vinti, la realtà così com'è...), mentre, se trattate in modo più preciso, rischierebbero di precipitare in un discorso specialistico che interesserebbe a ben pochi; mi limiterò invece a descrivere le mie impressioni.
Non posso evitare di fare un accenno alla tecnica di scrittura utilizzata da Verga in questo romanzo, come nelle novelle di Vita dei campi: il narratore si eclissa dietro al coro delle voci paesane, che narrano la vicenda dal loro punto di vista, che non è né affidabile, né obiettivo, ma è l'unico che ci viene fornito. Deve essere il lettore a giudicare correttamente i personaggi, ponendo attenzione alla discrepanza tra la realtà dei fatti e il modo in cui sono resi da questo anonimo narratore popolare. In questo modo l'autore ottiene un coinvolgimento diretto del lettore: è una sorta di sfida a comprendere i sottintesi, a capire dove il narratore stia effettivamente dicendo il vero e dove no. Ed è un fatto che si verifica raramente, soprattutto in un autore di fine Ottocento.
Al di là del grande interesse letterario e specialistico che questa tecnica può suscitare, ci sono però anche delle difficoltà di lettura; e non mi riferisco tanto alla pesantezza della narrazione, che io ho trovato relativamente scorrevole, ma alla confusione che si crea quando i paesani interagiscono tra loro. Spesso non si capisce chi è che sita parlando, perché i personaggi sono alternativamente indicati con il nome proprio o con il soprannome, ma, senza una presentazione, è spesso difficile associare al dato personaggio il dato soprannome e ad identificare i rapporti di parentela fra di loro. Il lettore è letteralmente calato all'interno del paesino di Trezza, dove tutti si conoscono e dove perciò non c'è bisogno di presentazioni, ma è una realtà talmente aliena dalla sua (e lo era anche per i lettori borghesi dell'Ottocento) che egli si ritrova sperduto e confuso, in mezzo alle voci delle comari che si ritrovano in strada o si gridano da un uscio all'altro l'ultimo pettegolezzo su tizio o caio.
Concludo con un consiglio: non leggete mai I Malavoglia quando vi sentite particolarmente giù di morale, perché di certo non migliorerà il vostro umore, anzi. Diciamo che, anche nei periodi allegri, la lettura di questo classico non può che provocare una fortissima frustrazione per tutte le disgrazie che si accaniscano sui poveri protagonisti (e anche a causa degli errori da loro compiuti, che ai nostri occhi appaiono facilmente evitabili).

Umberto Eco – Il nome della rosa

Editore: La Repubblica
Formato: rilegato
Prezzo: -
Voto: 4/5

Anche questo romanzo, che volevo leggere da tempo, è rientrato di prepotenza nella mia lista a causa di un esame universitario, in questo caso incentrato sul romanzo storico del Novecento. Avevo già visto e apprezzato il film di Jean-Jacques Annaud con Sean Connery che interpreta Guglielmo da Baskerville e questo fatto ha probabilmente penalizzato in parte la mia lettura. Ma andiamo con ordine.
Il nome della rosa è un romanzo storico ambientato nel 1327, ma è anche un giallo, dato che il protagonista, Guglielmo da Baskerville, deve indagare su una serie di morti sospette che si sono verificate in un'abbazia di frati benedettini, all'interno della quale sta per svolgersi un importante incontro, di carattere teologico e politico, tra i rappresentanti del papa e quelli dei frati francescani che, sostenuti dall'imperatore Ludovico il Bavaro, affermano la povertà di Cristo e dunque dell'intero clero.
Questo incontro è di fondamentale importanza per motivi politici che riguardano i rapporti tra papato e impero, ma anche religiosi, dato che i francescani, a causa delle loro idee sulla povertà, sono entrati in conflitto con il papa e rischiano di essere dichiarati eretici. E in effetti, come viene ben illustrato all'interno del romanzo, con ampie digressioni sull'argomento, il Trecento è stato un secolo che ha visto proliferare numerosissimi movimenti ereticali, per lo più nati come reazione alla spropositata ricchezza della Chiesa, in contrapposizione con la miseria della gente comune.
A mio parere questo è un elemento di grande interesse, benché le digressioni su questioni teologiche e sui movimenti ereticali siano spesso eccessivamente lunghe, facendo talvolta incagliare il lettore. Ho trovato tuttavia affascinante la descrizione di questi capi carismatici (e della loro sorte, solitamente non troppo bella) che, predicando tra i semplici, riuscivano a raccogliere un gran numero di adepti; erano per lo più fanatici religiosi che riuscivano ad ottenere il favore delle folle promettendo loro ciò che la Chiesa negava, facendo sfogare la loro violenza contro i vescovi grassi o permettendo loro una libertà sessuale che la religione cattolica ha sempre ostacolato.
Queste digressioni, così come le discussioni di carattere teologico o filosofico che si svolgono tra i personaggi, svelano la vastissima conoscenza che Eco aveva, non solo della storia, ma anche della cultura e dei testi medievali.
Le vicende sono raccontate in prima persona da Adso da Melk, novizio benedettino che accompagna il francescano Guglielmo; difatti, l'autore finge di aver scoperto un manoscritto, poi andato perduto, che riporta la vicenda così come sarà scritta da Adso ormai vecchio. Per rafforzare l'illusione del manoscritto, l'autore inserisce spesso sezioni in latino ed utilizza un stile che, rimanendo assolutamente comprensibile, si rifà a quello medievale, con ampie citazioni, anche letterali, di testi dell'epoca (un lettore medio non se ne può avvedere, ma lo stesso autore ne ha mostrati alcuni esempi).
Questo stile, benché impeccabile dal punto di vista mimetico, rende la lettura più difficoltosa: senza dubbio la scrittura di Eco in questo romanzo non può essere definita scorrevole e le sezioni in latino certo non migliorano questo aspetto. Tuttavia, tale ricercatezza è espressamente voluta dell'autore, che non intendeva scrivere un romanzo “facile”.
Altro punto a favore, che riguarda sempre la grande conoscenza che l'autore ha di questo periodo storico, è il modo in cui è riuscito a calarsi perfettamente nella mentalità medievale: non è facile, per un uomo moderno, comprendere la cultura medievale, proprio perché così distante da noi, ma Eco è riuscito a creare dei personaggi assolutamente realistici, inseriti alla perfezione nel loro contesto storico. Persino Guglielmo che, per il suo modo razionale di pensare e di condurre le proprie indagini (Baskerville vuole essere un riferimento diretto a Sherlock Holmes), risulta un personaggio volutamente anacronistico, non si separa mai del tutto dalla cultura del secolo.
La trama è ben orchestrata e i colpi di scena ben calibrati; mi dispiace solo di aver visto il film prima di aver letto il libro, perché conoscevo già a grandi linee il finale della vicenda. Tuttavia, la trama del romanzo è più complessa e si distacca sensibilmente da quella del film, soprattutto nella parte finale. Tuttavia, entrambi, pellicola e romanzo, sono dei prodotti ben riusciti e non riesco a preferirne l'uno o l'altro.
L'unico difetto che mi sento di sottolineare, assai più pregnante della poca scorrevolezza, è la percezione di una sorta di ostentazione del sapere. Nonostante io abbia apprezzato le digressioni e tutti i dettagli sulla storia del Trecento e sui movimenti ereticali, come ho già detto, in alcuni passi ho come percepito una volontà dell'autore di mostrare al lettore tutto quello che sapeva, come per dimostrare la sua grande conoscenza del periodo. Insomma, ho trovato che la volontà documentaristica di Eco sfiorasse in certi punti l'eccesso, in uno scritto che non è di carattere saggistico, ma romanzesco.

Palazzo Te a Mantova

Editore: Skira
Formato: brossura
Prezzo: 15,00€
Voto: 5/5

Il 24 aprile mi sono recata a Mantova, per una gita di un giorno. Qui ho visitato, oltre al centro storico, il museo di Palazzo Te, del quale mi ero innamorata dopo averlo studiato all'università per un esame di storia dell'arte.
Mantova è una città bellissima e spero di poter tornare a visitarla, dato che, in un solo giorno, non sono riuscita a vedere tutto quello che avrei voluto, e anche perché, purtroppo, una delle facciate di Palazzo Te era in restauro (la più bella, a mio parere) e perciò completamente coperta dalle impalcature.
In occasione di questa visita, proprio all'interno della libreria del palazzo, ho acquistato questa guida, che mi sento di consigliare a chiunque fosse interessato a sapere qualcosa di più su questa splendida residenza signorile. È una guida agile, ma non per questo superficiale: affronta, uno per uno, tutti gli ambienti del palazzo, dandone una sintetica descrizione e aggiungendovi alcuni cenni storici. Ricca di bellissime foto a colori, ha anche un prezzo assolutamente accessibile.

Giacomo Bevilacqua – Il suono del mondo a memoria

Editore: Bao Publishing
Formato: rilegato
Prezzo: 21,00€
Voto: 2/5

Questo graphic novel mi è stato prestato da un amico, senza che glielo avessi chiesto espressamente. Avendo già letto e apprezzato Metamorphosis, altro lavoro di Bevilacqua, ho cominciato questo fumetto con delle aspettative piuttosto alte, aspettative che purtroppo sono state deluse.
La trama: Sam è un fotografo che, in seguito ad una forte delusione sentimentale, decide di intraprendere una sfida con se stesso, recandosi per un intero mese a New York senza parlare o interagire con nessuno. I dettagli relativi alla sua vita, al suo passato e a quello che gli sta accadendo durante questo soggiorno nella Grande Mela, ci vengono svelati a poco, a poco nel corso della storia e perciò, aggiungendo altri particolari, rischierei di rovinarvi la lettura.
Innanzitutto ci tengo a precisare che ho apprezzato moltissimo i disegni: ricchi di particolari e assolutamente suggestivi, fanno risaltare la città di New York quale protagonista assoluta del fumetto. Sono disegni parlanti che, oltre a mostrare fisicamente la città, ne mettono in risalto la vitalità e il fascino.
Non posso dirmi altrettanto entusiasta della trama, purtroppo. L'autore intendeva emozionare il lettore, facendo appello ad una profondità di riflessioni e di sentimenti che, per quanto mi riguarda, non mi ha minimamente toccata. L'ho trovata una lettura piatta e noiosa, proprio perché il graphic novel non è riuscito in nessun modo ad emozionarmi. Complice di questo fatto è, probabilmente, l'assurdità di alcune situazioni e l'eccentricità, fin troppo esaltata, del protagonista, che me lo ha fatto percepire, fin dall'inizio, come un personaggio assolutamente irreale.
Di conseguenza, quei momenti che avrei dovuto percepire come poetici e profondi, mi sono risultati quasi ridicoli. È la prima volta che mi succede una cosa del genere: solitamente persino i libri e i fumetti che non mi piacciono, riescono a suscitare in me un qualche tipo di emozione, fosse solo di rabbia per aver letto qualcosa di brutto. In questo caso, invece, ho provato solo noia.