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«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»
Ci sono dei libri, dei classici, che entrano nell’immaginario comune grazie a una sola frase: Il gattopardo è uno di questi. Quante volte, infatti, abbiamo sentito citare questa frase - più o meno fedelmente - e l’abbiamo subito associata al romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa?
Una frase, in effetti, che ritorna, all’interno del libro, ma che viene per la prima volta pronunciata da un personaggio, Tancredi, che si unisce all’impresa di Garibaldi non per convinzione, ma per opportunismo. Anche per questo, Il gattopardo è considerato il simbolo del trasformismo politico, oltre che della negazione della Storia con la S maiuscola.
Ma è davvero così? Questa frase può davvero riassumere l’essenza dell’intero romanzo?
L’autore
Ma cominciamo dall’inizio, ovvero, dall’autore. Giuseppe Tomasi di Lampedusa nasce a Palermo nel 1896, unico figlio maschio di Giulio Maria Tomasi, duca di Palma, e di Beatrice Mastrogiovanni Lasca di Cutò.
Con la madre, donna indipendente e di mentalità aperta per l’epoca, Lampedusa ha un rapporto molto stretto, mentre più difficoltosa è la relazione con il padre. Per suo volere, dopo la maturità classica si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza.
Non completa però gli studi a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale: nel 1915 viene infatti richiamato alle armi e nel 1917 è catturato e deportato in un Campo di prigionia in Ungheria, dal quale riesce a fuggire. Nonostante le sue condizioni di detenzione non siano particolarmente dure, grazie alla sua amicizia con un ufficiale austriaco, l’esperienza lo segna profondamente ed è probabilmente tra le cause del grave esaurimento nervoso che lo colpisce dopo il termine del conflitto.
Nel periodo tra le due guerre, viaggia per l’Italia e l’Europa e, a Londra, conosce Alexandrine Alice Marie Wolff, figlia di Boris Wolf, barone di Slameriena (Lettonia). Tra Lampedusa e Licy, così lui la chiama affettuosamente, c’è una grande intesa intellettuale e i due si sposano nel 1932.
La coppia non ha figli, ma nel 1956 Lampedusa adotta Gioacchino Lanza Tomasi, un giovane che frequenta la sua casa e al quale è molto legato, perché erediti il suo nome e i suoi titoli. Per stessa ammissione dell’autore, è proprio al figlio adottivo che si è ispirato per l’aspetto e il carattere di Tancredi.
La
famiglia Tomasi di Lampedusa, di chiara ascendenza nobile, possiede
dei fastosi palazzi che saranno fonte di ispirazione per le
ambientazioni del romanzo. Due in particolare: il Palazzo Lampedusa a
Palermo, che troviamo come Palazzo Ponteleone, dove si svolge il
famoso ballo, e il Palazzo di Santa Margherita di Belice, che
corrisponde invece alla residenza dei Salina a Donnafugata.
Entrambe le residenze vengono distrutte, la prima durante i bombardamenti del 1943 e la seconda dal terremoto del 1968, ma già da tempo non era più di proprietà della famiglia Tomasi. Entrambe queste perdite segnano profondamente l’autore.
In generale, la storia della sua famiglia ha una rilevanza non trascurabile all’interno del romanzo: il protagonista, infatti, è ispirato al bisnonno dell’autore, Giulio Fabrizio Tomasi Wochinger, il principe astronomo. E molti altri personaggi hanno i loro corrispettivi storici, dei quali portano il nome, come il gesuita Saverio Pirrone e l’amministratore Onofrio Ruotolo, mentre molti altri ne hanno una versione leggermente modificata (come Sedara-Favara).
Anche le memorie d’infanzia e le esperienze autobiografiche dell’autore forniscono materiale per il romanzo. Tuttavia, non lo possiamo considerare come un testo autobiografico o come un fedele ritratto del bisnonno, dato che questi elementi reali sono messi al servizio della fantasia e dell’inventiva dello scrittore.
Scrittore che, nonostante la passione per la letteratura - specialmente quella inglese e francese dell’Ottocento - e la grande erudizione, coltivata da autodidatta, non fa parte dei più importanti circoli intellettuali del Paese. Forse anche a causa del suo carattere, descritto come solitario e riservato, benché signorile e profondamente ironico, Lampedusa è un outsider all’interno del panorama letterario italiano. Anche per questo, il successo del romanzo attira particolare attenzione.
La (travagliata) pubblicazione e l'accoglienza della critica
Un
successo imprevisto, dato che il manoscritto viene rifiutato dalle
principali case editrici italiane, come Mondadori ed Einaudi, e
l’autore, che pure tiene moltissimo alla pubblicazione. muore il 23
giugno 1957, prima che il libro venga dato alle stampe.
Il romanzo, infatti, esce per Feltrinelli nel 1958, per volontà di Giorgio Bassani che in quel momento dirige la collana de «I contemporanei».
Come si è detto, il libro ottiene da subito grandissimo successo di pubblico e vince il Premio Strega nel 1959, ottenendo una certa risonanza anche a livello internazionale.
Nonostante questo - ma forse anche per questo - la critica si spacca in due vere e proprie fazioni avverse, che spesso tendevano a proiettare sul romanzo le loro posizioni ideologiche, più che a interpretarlo fedelmente. Alcuni, come lo stesso Bassani, ma anche Eugenio Montale, si esprimono favorevolmente, mentre altri pubblicano delle critiche spietate. Tra questi, anche Elio Vittorini, che ne aveva rifiutato la pubblicazione sia per Mondadori che per Einaudi.
Al romanzo vengono rimproverati, di volta in volta: la scrittura, giudicata ridondante e barocca; la struttura, frammentata e incompleta (addirittura si disse che poteva essere lo squisito riassunto di un altro libro, mai scritto); il tema, ritenuto poco originale e ormai superato (Risorgimento, famiglia nobile in declino… proprio come I Vicerè); l’ideologia, giudicata reazionaria e disillusa; la componente sensuale, che urta la sensibilità e il pudore di molti critici, che a essa attribuiscono il successo di pubblico del romanzo.
Si discute anche a lungo su quale etichetta attribuire al testo: troppo introspettivo per essere un romanzo storico, eppure troppo connotato storicamente per essere un romanzo psicologico (insomma, un po’ come Balto, si sa solo cosa non è).
La trama
E, in effetti, il romanzo, che è indubbiamente di ambientazione storica, si presenta come estremamente introspettivo e concentrato quindi più sull’interiorità del protagonista che sul racconto dei grandi eventi storici, che rimangono sullo sfondo.
La storia ha inizio nel Maggio 1860: la Sicilia è in subbuglio già da mesi, ma ora anche Garibaldi è sbarcato con i Mille sull’isola. Il Principe Fabrizio Corbera di Salina, dopo aver terminato la recita quotidiana del rosario con il resto della famiglia, passeggia per il giardino con il fedele cane Bendicò. e si interroga sugli ultimi eventi.
A chiarire i suoi dubbi arriva, il giorno seguente, il nipote Tancredi Falconeri, che sta per unirsi ai volontari di Garibaldi. Il principe, che pure è legatissimo a questo ragazzo che considera come uno dei suoi figli (anzi, «questo era il figlio suo vero», pensa il principe), lo redarguisce, poiché i rivoluzionari sostengono di voler abbattere tutto ciò che loro, in quanto nobili, rappresentano. Ma Tancredi subito rassicura lo «zione»: non si unisce a Garibaldi per convinzione, ma solo per farsi strada nel nuovo ordine che, ormai è inevitabile, sta per soppiantare il vecchio. E allora, è meglio prendere parte all’azione o «quelli ci combinano la repubblica». Ed è qui che Tancredi pronuncia la famosa frase che abbiamo citato all’inizio: tutto deve cambiare, perché tutto rimanga esattamente com’è.
Rassicurato dalle parole del nipote, il principe Fabrizio prosegue con le sue elucubrazioni, incontrando altri personaggi e ascoltando i loro pareri, ottimistici o catastrofici, sulla rivoluzione in atto.
Ci spostiamo nell’agosto 1860 e seguiamo la famiglia Salina che intraprende il lungo e infernale viaggio in carrozza da Palermo a Donnafugata, loro antico feudo. Qui avviene l’evento cruciale del romanzo: durante una cena, avviene l’incontro tra Tancredi e Angelica, la bellissima figlia del sindaco Calogero Sedara.
Quest’ultimo è un borghese di origine plebea, che grazie alla propria astuzia e disonestà (si vocifera di collegamenti con la mafia), si è grandemente arricchito, approfittando anche del caos seguito allo sbarco dei Mille. Grossolano certo, ma capace di dare alla figlia una dote che potrebbe permettere a Tancredi di sanare le finanze disastrose della famiglia Falconeri e di sostentare la sua carriera politica. Mentre per Angelica e per i Sedara, legarsi a una famiglia aristocratica è il passo necessario per elevarsi socialmente.
Il principe Fabrizio, comprendendo l’opportunità di questa unione e pur dovendo ingoiare lo
«schifosissimo rospo» dell’unione tra la sua famiglia e il plebeo Sedara, dà il suo consenso all’unione. É lui stesso a discutere del fidanzamento con il padre di Angelica, mettendo da parte, senza troppe remore a dire il vero, il sentimenti della sua stessa figlia, Concetta, da tempo innamorata di Tancredi.
E la trama principale, quella che vi posso raccontare senza svelarvi troppo del romanzo, è un po’ tutta qui. Più avanti assistiamo al famoso ballo, nel quale i Salina presentano Angelica in società e annunciano il suo fidanzamento con Tancredi. Ma, a differenza del film di Visconti del 1963, il romanzo non si conclude qui: vi sono altre due parti che chiudono il cerchio della narrazione.
Ma
comunque questo romanzo non è caratterizzato da un intreccio forte:
gli eventi principali sono pochi e non ci sono colpi di scena. Come
abbiamo già detto, Il
gattopardo
è
un romanzo profondamente introspettivo, nel quale quindi l’interesse
dei lettori viene catturato dall’esplorazione della coscienza del
protagonista e dal riflesso che gli eventi quotidiani e storici hanno
su di lui.
La struttura
La narrazione è infatti condotta da un narratore onnisciente, che talvolta fa sentire la sua voce, commentando in modo ironico o sarcastico i pensieri o i comportamenti dei personaggi; ma anche, facendo riferimenti al futuro (quindi al nostro presente) che i personaggi non possono conoscere. Ad esempio, quando descrive gli affreschi di Palazzo Ponteleone (che, ricordiamolo, è ispirato al Palazzo Lampedusa di Palermo):
Nel soffitto gli Dei, reclini su scranni dorati, guardavano in giù sorridenti e inesorabili come il cielo d’estate. Si credevano eterni: una bomba fabbricata a Pittsburg, Penn, doveva nel 1943 provar loro il contrario.
Ma, per la gran parte del testo, la narrazione è focalizzata sul personaggio di don Fabrizio, del quale leggiamo i pensieri e attraverso i cui occhi osserviamo ambienti e personaggi. Il suo punto di vista è il prevalente in tutte le parti in cui è presente, salvo lasciare qualche piccolo spazio agli altri personaggi (ad esempio, a Tancredi e Angelica che esplorano il palazzo nella Parte IV).
La sua voce è la prevalente nelle prime quattro parti del romanzo, ambientate tra il 1860 e il 1861, dallo sbarco di Garibaldi fino al fidanzamento tra Tancredi e Angelica. Poi vi è una quinta parte, apparentemente anomala, nella quale il punto di vista cambia e anche l’ambientazione: seguiamo padre Pirrone, il gesuita-guida spirituale della famiglia Salina, che si reca a San Cono, suo paese di origine, e qui deve sbrigare alcune beghe familiari.
Questa parentesi agreste ha spesso suscitato la perplessità dei critici: in realtà questa parte, nettamente più breve delle precedenti, ha funzione di cerniera tra le varie sezioni del romanzo. Da una parte, la vicenda raccontata è uno specchio, anche se in tono minore e - appunto - popolano, di quanto raccontato nelle prime quattro parti: mostra chiaramente lo squallore dell’accordo nuziale, fatto più per interesse che per amore, spogliandolo dello sfarzo e della raffinatezza dell’ambiente nobiliare. Dall’altra, funge da commento a quanto abbiamo fino a quel momento letto e ci introduce alla seconda sezione del romanzo, quella che potremmo definire della decadenza vera e propria.
Nella VI parte (novembre 1862), infatti, torniamo a focalizzarci sul principe Fabrizio e assistiamo alla già citata scena del ballo. Siamo sempre con lui anche nella settimana parte, ambientata nel luglio 1883 (un altro bel salto temporale), mentre l’ottava e conclusiva, che si svolge nel maggio 1910, è raccontata dal punto di vista della figlia Concetta.
Spero mi perdonerete per questo enumerare date e numeri, che non è fine a sé stesso: come abbiamo visto, uno degli aspetti più criticati del romanzo è proprio la struttura, che in effetti può apparire discontinua e frammentata. Le varie sezioni sono costituite da episodi quasi autoconclusivi, spesso separati da un ampio lasso di tempo.
Questa struttura rispecchia anche il modo in cui il romanzo è stato scritto dall’autore, che non lo ha composto in ordine strettamente cronologico (c’è tutta una questione sull’ordine di scrittura delle varie parti e su quale sia la versione del testo più corretta, ma ve la risparmio: potete approfondire in bibliografia). Tuttavia, Il gattopardo rimane a tutti gli effetti un romanzo compiuto - e non una raccolta di novelle o un riassunto - perché nessuna parte può essere omessa senza compromettere la riuscita del testo. Ma anche perché le varie parti sono legate fra loro da una fittissima rete di rimandi e riferimenti, più o meno espliciti, che le legano strettamente.
Una scrittura poetica
Un altro tratto distintivo del romanzo che, ancora una volta, attirò numerose contestazioni dai critici, è la prosa del romanzo. Il gattopardo è scritto con una prosa raffinata, di registro decisamente alto, più simile alla scrittura poetica che a quella narrativa.
Il lessico è infatti ricco di arcaismi, di parole non comuni, così come di latinismi, francesismi e anglismi: un po’ perché l’autore vuole restituire il sapore dell’epoca e un po’ perché questa ricercatezza rispecchia il suo gusto raffinato.
Il testo è anche ricchissimo di figure retoriche come metafore, similitudini e parallelismi: il titolo stesso è una metafora, dato che il gattopardo è, sì, lo stemma dei Salina, ma è anche il protagonista Fabrizio, che spesso viene descritto con tratti felini (la sua mano diventa una «zampaccia», i suoi capelli chiari il «pelame color di miele», e così via).
Ma non mancano iperboli e ossimori, spesso associate al principe, per sottolinearne la mole inusitata e la grande forza, ma anche le tante contraddizioni che lo contraddistinguono:
Non che fosse grasso: era soltanto immenso e fortissimo; la sua testa sfiorava (nelle case abitate dai comuni mortali) il rosone inferiore dei lampadari; le sue dita potevano accartocciare come carta velina le monete da un ducato; e fra Villa Salina e la bottega di un orefice era un frequente andirivieni per la riparazione di forchette e cucchiai che la sua contenuta ira, a tavola, gli faceva spesso piegare in cerchio.
Questa scrittura così raffinata e poetica, però, non sfocia mai nella vuota retorica: anzi, uno dei tratti distintivi del romanzo è proprio l’anti-retorica, uno scetticismo di fondo che nega anche ogni forma di sentimentalismo o melodramma. A questo contribuisce l’ironia che attraversa tutto il romanzo: a volte è un’ironia caustica e crudelmente corrosiva, a volte sottile ed enigmatica, ma può anche essere derisoria o rasentare lo humor inglese.
Un’ironia onnipresente, insomma, che spesso rende il testo allusivo e ambiguo, tanto che lo si deve leggere con attenzione per coglierne ogni sfumatura, come osservava anche l’autore in una lettera all’amico Guido Lajolo:
Tutto il libro è ironico, amaro e non privo di cattiveria. Bisogna leggerlo con grande attenzione perché ogni parola è pesata e ogni episodio ha un senso nascosto.
Ma è quella stessa ironia che dona al Gattopardo un carattere sferzante e una vivacità espressiva non comuni, capaci di trascinarti nella lettura, anche senza un intreccio forte.
Il principe Fabrizio
Perché, lo abbiamo detto, quel che conta in questo romanzo non è tanto ciò che succede all’esterno, ma piuttosto i pensieri e le riflessioni interiori del protagonista, il principe Fabrizio.
Abbiamo già detto qualcosa di lui: è un uomo di quarantacinque anni, molto alto e robusto, tanto forte da piegare le posate e le monete. Il suo aspetto insolitamente massiccio e nordico (ha la pelle chiara, i capelli biondi e gli occhi azzurri) lo rendono anche fisicamente estraneo a «quell’ambiente di olivastri e di corvini», che è l’aristocrazia siciliana di metà Ottocento.
E, in effetti, anche nella sua cerchia di conoscenze, tra i suoi amici nobili, il principe è percepito come uno stravagante, anche a causa della sua indole solitaria e della sua passione per l’astronomia. Infatti, ogni qual volta il peso delle relazioni sociali o degli stravolgimenti esterni si fa troppo forte, lo vediamo desiderare di ritirarsi nel suo osservatorio, a tu per tu con quelle stelle che, a differenza degli uomini, può addomesticare con i suoi calcoli matematici e che lo calmano con la loro rassicurante razionalità.
Ma il suo carattere è ben più complesso, dato che sotto il «cipiglio zeusiano» del principe si agitano due forze contrapposte: da una parte, l’autoritarismo, la rigidità morale e la propensione all’astrazione ereditate dalla madre tedesca e, dall’altra, una certa faciloneria, un’inguaribile pigrizia e un carattere sensuale, lascito del padre siciliano.
Ed è il perenne conflitto tra queste due tendenze contrastanti, unito all’«habitat molliccio» dell’aristocrazia palermitana, che lo rende un personaggio perennemente immobile, incapace di prendere delle decisioni o comunque di agire in alcun modo, diviso tra un vecchio regime ormai al tramonto, del quale ha fatto parte senza però appartenergli del tutto, e un nuovo ordine, che minaccia di spazzare via lui e tutto ciò che rappresenta. Per questo la sua principale preoccupazione nel romanzo è il cambiamento, l’inquietudine che la rassicurante realtà che lo circonda possa mutare davanti ai suoi occhi e per questo tende a rifugiarsi in sé stesso, nella riflessione, e nella massima astrazione che è lo studio delle stelle.
Una realtà gelida e distante, quella degli astri, ma anche una «regione di perenne certezza», uno specchio della morte, pensiero che accompagna il principe dall’inizio alla fine del romanzo, come termine ultimo della sua esistenza travagliata e luogo di pace eterna. E, infatti, le immagini di morte sono molto presenti nel romanzo, dal ricordo del soldato borbonico trovato morto nel giardino della villa, fino alla scena finale del romanzo. Morte che è sia il placido approdo tanto desiderato dal protagonista, che il temuto oblio dei suoi ricordi e della memoria della sua dinastia (un altro conflitto interiore).
Ma, forse, più che desiderio per la fine della propria esistenza, questa propensione per la morte del principe va interpretata come anelito verso un luogo di perpetua immobilità, dove non esiste cambiamento. Infatti, allo stesso tempo, egli dimostra un sensuale attaccamento alla vita, che è parte del suo carattere e che si riverbera sui luoghi, gli oggetti e i personaggi che noi osserviamo attraverso i suoi occhi.
E così, morte ed erotismo vanno di pari passo e quasi si evocano a vicenda. Nelle prime pagine del romanzo, il principe passeggia per il giardino, ne osserva i fiori «osceni», ne annusa i profumi, che gli ricordano «la coscia di una ballerina dell’Opera». Ma, subito dopo, la sua mente torna al macabro ritrovamento, alcuni giorni prima in quello stesso giardino, del cadavere sbudellato di un soldato borbonico. Ed è così anche altrove: al ballo, prima contempla La morte del giusto di Greuze, corteggiando la morte, e poi balla con Angelica e si sente ringiovanire, estasiato dal profumo della ragazza. Subito dopo, però, lascia il ballo e incontra un’altra immagine di morte: un carro che trasporta quarti di bue appena macellati e semina gocce di sangue lungo il suo percorso.
Due temi, quindi, quello mortifero e quello sensuale, che si intrecciano continuamente all’interno del romanzo. In particolare, come si è accennato, la componente erotica, esplorata anche nei suoi aspetti più torbidi, ma mai esplicitata in quella che oggi potremmo chiamare una scena spicy. ha però suscitato la riprovazione di molti critici che all’epoca hanno tacciato il romanzo di oscenità.
Nel frattempo, la nostra sensibilità è certamente cambiata e anche per questo possiamo osservare un altro aspetto di questo problema, ovvero lo sguardo predatorio e sessualizzante che il protagonista ha sul corpo delle donne. Come osserva Francesco Piccolo (Son qui: m'ammazzi), nel romanzo il potere feudale, di cui il principe è l’ultimo esponente, si manifesta anche in potere sessuale. Ma gli ultimi residui di feudalesimo stanno per essere spazzati via, la potenza della famiglia Salina è ormai in declino, e di conseguenza il principe può solo ripensare con nostalgia ai suoi antenati che potevano possedere le contadine del loro feudo senza remore e senza bisogno di sposarle (un pensiero che condivide con Tancredi). Un pensiero che turba il «civilizzatissimo gentiluomo», ma che pure ci dice molto di quanto quel tipo di potere feudale si legasse a un potere strettamente patriarcale.
E il principe Fabrizio è esponente anche di quest’ultimo: autoritario e tirannico, è sempre lui che ha l’ultima parola su tutto e che non esita a mostrare un assaggio della sua ira al figlio Paolo e alla moglie Maria Stella, che osano contestare le sue decisioni. É lui che comanda e lo ribadisce ad alta voce; così com’è lui che, come pater familias, tiene molto alle sue prerogative (come versare la zuppa ai familiari o essere l’unico uomo ammesso nel Convento di suore di clausura) e decide di sacrificare la felicità della figlia Concetta (e già da prima che comparisse in scena Angelica). Figlia, tra l’altro, che gli è cara perché gli appare timida e sottomessa, ma, in realtà, il suo sguardo paternalistico gli ha impedito di vedere il lampo di fierezza dei Salina che affiora nei suoi occhi ogni volta che il carattere capriccioso e autoritario del padre si abbatte su di lei. E non è un caso se, nell’ultima parte, è proprio Concetta a prendere il suo posto come punto di vista della narrazione: forse è lei, tra tutti i suoi figli, quella che più ha ereditato il suo carattere autoritario e orgoglioso.
Degli altri suoi figli non c’è molto da dire, dato che sono poco più che comparse o comunque personaggi secondari che hanno ben poco spazio. Molto rilevante ed enigmatico è Tancredi, il nipote tanto amato, personaggio che funge da alter ego del principe e che, in qualche modo lo completo, compiendo quelle azioni che lui non è più in grado di fare.
Un altro personaggio che vale la pena ricordare è Bendicò, il cane alano prediletto del principe: l’animale, anche lui fuori misura come il padrone, a sua volta completa il carattere del principe, mostrandosi espansivo, entusiasta, affettuoso e attivo, quanto lui è invece riservato e pigro. Bendicò assume un importante funzione simbolica e ha il cruciale compito di aprire e chiudere il romanzo, donando circolarità alla struttura narrativa.
Il principe, dunque, si presenta come un personaggio complesso, ricco di sfumature e contraddizioni ed è certamente il personaggio maggiormente approfondito, uno dei pochi che ha una vera evoluzione nel corso del romanzo (insieme, non a caso, a Concetta). Un personaggio intelligente e colto, tanto legato alla riflessione e all’interrogarsi su ciò che lo circonda, che il suo pensiero non può che evolvere nel corso del romanzo.
La Storia e la Sicilia
Abbiamo osservato come la più grande preoccupazione per il principe sia il cambiamento. Consapevole della decadenza della sua stessa classe sociale, l’aristocrazia, che negli ultimi decenni ha progressivamente perso potere economico e politico, pure rimane immobile a osservarne il progressivo disfacimento. Lui stesso ha signorilmente lasciato che il suo patrimonio si assottigliasse progressivamente e, adesso che Garibaldi ha portato la rivoluzione che probabilmente spazzerà via lui e tutto ciò che rappresenta, non può fare altro che restare a guardare e lasciare che sia Tancredi, il suo giovane alterego, ad agire.
E così, tutto cambia, con l’instaurazione di un nuovo regime e l’emergere di una nuova classe, quella borghesia qui incarnata da Sedara (che è l’opposto del principe sotto ogni aspetto), ma i Salina saranno sempre i Salina. Questo, almeno, è ciò che pensa il principe per buona parte del libro, salvo poi ricredersi alla fine e constatare che l’ultimo vero Salina è lui. L’ultimo capitolo, con la riconsacrazione della cappella del Palazzo Salina e l’ispezione delle reliquie qui conservate, non fa che confermare questo suo ultimo pensiero.
Anche per questo, non si può davvero pensare al Gattopardo come a un romanzo che nega la storia: anzi, al centro della narrazione c’è proprio lo scorrere del tempo, scandito in modo quasi ossessivo, che corrompe e polverizza ogni cosa. Semmai, ciò che il romanzo nega è l’identificazione tra procedere della storia e progresso dell’umanità, in questo senso nulla cambia davvero.
Nessun progresso, quindi, ma solo «una lenta sostituzione di ceti», un avvicendarsi del potere, che però nella sostanza non muta davvero le cose. E così, la retorica risorgimentale diventa solo un mascheramento per le ambizioni della nuova classe sociale in ascesa, la borghesia utilitaristica e predatoria, che nel romanzo viene trasfigurata sotto forma di un branco di formiche:
Richiamate da alcuni chicchi di uva stantiac che don Ciccio aveva risputato via, le loro fitte schiere accorrevano, esaltate dal desiderio di annettersi quel po’ di marciume intriso di saliva di organista. Si facevano avanti colme di baldanza, in disordine ma risolute: gruppetti di tre o quattro sostavano un po’ a parlare e, certo, esaltavano la gloria secolare e la prosperità futura del formicaio n. 2 sotto il sughero n. 4 della cima di Monte Morco; poi insieme alle altre riprendevano la marcia verso il sicuro avvenire; i dorsi lucidi di quegli insetti vibravano di entusiasmo e, senza dubbio, al di sopra delle loro file, trasvolavano le note di un inno.
Impossibile non pensare a Calogero Sedara (che poi sarà associato ad altri insetti: uno «scarafaggio» e un «moscone»), alla sua attività frenetica durante lo sbarco dei Mille, alle sue coccarde tricolori poste a mascherare i suoi veri interessi, alla sua bieca avidità. E, infatti, mentre osserva il lavorio delle formiche, il principe Fabrizio pensa subito alla notte in cui lo stesso Sedara ha annunciato i risultati del plebiscito per l’annessione della Sicilia al Regno d’Italia. In una Donnafugata oscura e spazzata da un vento maligno e carico di sporcizia, il sindaco annuncia che nel paese ci sono stati solo voti favorevoli all’annessione.
Un risultato impossibile, ovviamente, un palese broglio elettorale, come conferma al principe l’organista don Ciccio, fedele borbonico, che al plebiscito ha votato “no”. Una manipolazione dei risultati che non ha cambiato l’esito del voto, dato che il “sì” avrebbe comunque vinto, ma che ha cancellato la voce di tutti coloro che avevano espresso un voto diverso.
E così, la prima volta in cui gli abitanti dell’isola erano stati chiamati a esprimere la loro opinione, a scegliere per sé stessi e a far sentire la propria voce, ancora una volta sono stati traditi e ignorati. Ancora una volta, nonostante le promesse, la Sicilia si è trasformata in una terra di conquista, in una specie di colonia. Il gattopardo, insieme ad altri romanzi siciliani ambientati nel periodo risorgimentale (come I viceré di Federico De Roberto e I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello) racconta, tra le altre cose, il fallimento, o meglio, la rivoluzione mancata che è stata per il Sud il processo di unificazione nazionale e che ha poi portato, come conseguenza, all’ascesa del potere mafioso.
Non per questo, però, si può parlare di un romanzo nostalgico dell’epoca borbonica: il vecchio regime, infatti, non è raccontato in termini tanto più lusinghieri del nuovo. Lo stesso principe, che pure ne faceva parte e aveva un rapporto privilegiato con il vecchio re, in quanto pari del regno, racconta con ironico distacco la figura di Ferdinando II.
Al romanzo, tuttavia, è stato anche contestato - e specialmente da Leonardo Sciascia - l’immagine che dà della Sicilia, come di un terra condannata all’immobilismo e al languore dal sole infuocato che la colpisce e dai lunghi anni di sudditanza e sfruttamento subiti. Lo chiarisce il principe Fabrizio nel suo incontro con il piemontese Chevalley, venuto a proporgli di entrare a far parte del senato del Regno d’Italia, proposta che il principe ovviamente rifiuta.
Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà scegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonerae di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana.
Un ritratto impietoso, che però non dev’essere letto come una totale condanna. Innanzitutto, ricordiamo che il punto di vista è quello del principe Fabrizio, che tende a proiettare sé stesso, i propri sentimenti e le proprie convinzioni sull’ambiente circostante. E non possiamo fare l’errore di identificare la voce del personaggio con la voce dell’autore, come si è a volte fatto in passato. Benché lo stesso Tomasi confessi di assomigliare molto a Salina e benché alcune idee li accomunino (entrambi nobili, entrambi monarchici), una totale sovrapposizione sarebbe un errore. Semmai, possiamo cogliere in queste parole tutta l’amarezza dell’autore per lo stato in cui versa l’isola e per quella che lui percepisce come la superbia dei suoi corregionali, incapaci di riconoscere i propri difetti: «Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dei» dice ironicamente il principe a dei militari inglesi che gli chiedono cosa vengono a fare Garibaldi e i suoi in Sicilia.
Il gattopardo è un romanzo amaro, infuso di scetticismo e privo di facili consolazioni. Ci porta nella mente di un uomo disilluso, che contempla la fine del suo mondo e non coltiva alcuna speranza nel futuro. Sancisce in qualche modo il crollo della fidcia di alcuni pilastri valoriali che fino a quel momento avevano sostenuto l’umanità: gli ideali politici, la fede religiosa, la morale e persino l’amore.
Eppure possiede il fascino, un po’ decadente, di tutte quelle opere che mostrano i segni della morte dietro un’apparenza di splendore. Anche il celebre ballo di Palazzo Ponteleone mostra lo sfarzo funereo di una realtà che sta per scomparire; i saloni decorati con affreschi e oro zecchino, gli abiti stupendi, il ricco buffet: tutto è velato dall’amaro sconforto del principe e dai segni della morte incombente. Il capitolo è infatti aperto e chiuso da due immagini significative: prima, la carrozza dei Salina si ferma per rispetto a un sacerdote che sta portando il viatico a un moribondo; poi, l’abbiamo visto, il principe attraversa le vie sporche e deserte della città e incontra un carro pieno di carcasse di animali.
E alla fine, l’ultima grande immagine di morte e di decadenza: il corpo imbalsamato dell’amato cane Bendicò, gettato dalla finestra, che assume la forma «danzante» dello stemma col gattopardo, prima di tramutarsi in «un mucchietto di polvere livida». è la fine di tutto.
tutti i miei social. Tutti i link sono in descrizione a questo episodio.
Il gattopardo letto da Toni Servillo, Emons
Giorgio Masi, Invito a leggere “Il gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Mursia
Francesco Orlando, L’intimità e la storia. Lettura del “Gattopardo”, Einaudi
Edvige Gioia, Il mondo decadente del "Gattopardo", Ali Ribelli Edizioni
Francesco Piccolo, Son qui: m’ammazzi. I personaggi maschili nella letteratura italiana, Einaudi
Ettore Serio, La vita quotidiana a Palermo ai tempi del “Gattopardo”, BUR
Margherita Ganeri, Il romanzo storico in Italia, Manni Editori
Consigli di lettura
Jonathan Price, Casa Lampedusa, Bompiani
Federico De Roberto, I vicerè, BUR
Luigi Pirandelli, I vecchi e i giovani, BUR
Giovanni Verga, Mastro-don Gesualdo, BUR
Altri consigli
Il gattopardo di Luchino Visconti
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