Letture di giugno 2017



Giovanni Verga – Mastro-don Gesualdo

Editore: BUR
Formato: brossura
Prezzo: 7,50€
Voto: 5/5

Anche questo romanzo, come I Malavoglia (vedi letture di aprile) ho dovuto leggerlo per un esame universitario sulle opere di Verga. Tuttavia, iMastro-don Gesualdo, secondo capitolo del ciclo dei Vinti, è a mio parere un romanzo nettamente superiore al precedente, sotto diversi punti di vista.
Innanzitutto, la narrazione della vicenda non è più corale come nei Malavoglia e ciò facilita incredibilmente la lettura; non c'è più il sovrapporsi delle voci degli abitanti di Aci Trezza, che rendevano la lettura piuttosto confusionaria, dato che era molto difficile distinguerli gli uni dagli altri. Questo perché la narrazione non si concentra su una famiglia o una comunità, ma al centro ci sono sempre e comunque le vicende di Gesualdo.
Il romanzo tratta infatti delle vita di Gesualdo Motta, nuovo esponente della borghesia provinciale. Egli è di umili origini, ma grazie al suo duro lavoro e alle sue scelte oculate, è riuscito a diventare un proprietario terriero, al pari dell'aristocrazia locale, che lo disprezza per le sue origini. Decide allora, per portare l'aristocrazia dalla propria parte, di sposare Bianca Trao, una giovane appartentente ad una famiglia nobile decaduta che, in seguito ad una tresca con il cugino, è rimasta incinta e deve perciò ricorrere ad un matrimonio riparatore (ma Gesualdo non lo sa).
Il protagonista è caratterizzato in modo più complesso rispetto ai personaggi del romanzo precedente, che erano, per motivi di poetica, per lo più bidimensionali e lontani, nel loro modo di agire e di pensare, dalla nostra sensibilità. Gesualdo, invece, è un personaggio estremamente moderno, complesso, dilacerato al suo interno dall'impulso di accumulare roba e dalla consapevolezza che questa avidità di ricchezza non gli sta dando, né mai gli darà, la felicità. Egli è un emarginato, poiché guardato con sospetto dalla sua classe sociale di appartenenza e con disprezzo dalla nobiltà, all'interno della quale non riesce mai ad inserirsi veramente, nonostante il matrimonio con Bianca Trao. È solo, perché ha sacrificato tutto, a partire dagli affetti familiari, all'accumulo della roba, eppure li rimpiange e ne sente il bisogno. È infelice, nonostante sia il più ricco del paese, perché sa che dovrà morire e lasciare tutto ciò che ha accumulato; non solo, tutta la sua roba scomparirà tra le mani bucate del genero e perciò sarà davvero come se non fosse mai esistito.
Potrei scrivere pagine e pagine su questo romanzo, ma dato che non voglio annoiare i miei lettori elencando nozioni che sono già state trattate da altri più a lungo e certamente meglio di me, mi fermerò qui. Aggiungo soltanto che il romanzo mi è piaciuto moltissimo e ne consiglio vivamente la lettura, perché è un classico della nostra letteratura che, nonostante affronti tematiche di grande attualità, è spesso sottovalutato, soprattutto a livello scolastico.


Leonardo Sciascia – Una storia semplice

Editore: Adelphi
Formato: audiolibro
Prezzo: -
Voto: 5/5

Il mio primo approccio a Sciascia è stato con Il consiglio d'Egitto, letto per un corso universitario, che mi è piaciuto, anche se non mi ha convinta completamente. Tuttavia, la poetica di questo autore mi è sembrata molto interessante ed era mia intenzione leggere qualcos'altro di suo; perciò, quando ho trovato su Youtube l'audiolibro di questo suo romanzo breve, ho deciso subito di ascoltarlo.
Una storia semplice è un romanzo che si può far rientrare nel genere poliziesco, anche se con alcune riserve. Una sera chiama in commissariato un uomo che dice di aver trovato qualcosa di strano in una sua casa, che è generalmente vuota, dato che lui abita all'estero. Il brigadiere, che ha ricevuto la chiamata, vorrebbe recarsi immediatamente nell'abitazione dell'uomo, ma, dato che è sera, il commissario gli consiglia di andarci il giorno seguente. Il brigadiere vi si reca la mattina innanzi e scopre il cadavere dell'uomo, che sembra essersi suicidato. Non aggiungerò altro, perché il romanzo è molto breve e colpi scena sono molto efficaci.
Il romanzo è ispirato ad un fatto realmente avvenuto, ovvero il furto della Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d'Assisi di Caravaggio, che non è mai stato ritrovato. Questo furto è stato molto probabilmente commissionato dalla mafia, che, com'è noto, è spesso al centro dei romanzi di Sciascia.
Mi sento di consigliare questo romanzo a chiunque non abbia mai letto niente di Sciascia e voglia approcciarsi a questo importantissimo autore contemporaneo; innanzitutto perché è molto breve, ma anche perché in esso sono racchiuse tutte le tematiche principali affrontate dall'autore nel corso di tutta la sua opera, principalmente per quanto riguarda la funzione inquirente della letteratura, ovvero la lettura come strumento per la ricerca della verità, ma anche per come essa viene falsificata dal potere. Inoltre, ho trovato lo stile di questo romanzo molto più chiaro e pulito, rispetto a quello del Consiglio d'Egitto, che invece era più ellittico e a tratti artificioso.

Francesca Riario Sforza – Io, Caterina

Editore: Nord
Formato: epub
Prezzo: 9,90€
Voto: 1/5

Veniamo alla nota dolente del mese. Avevo acquistato questo libro in ebook a inizio marzo, quando era in promozione, insieme ad altri libri in formato digitale, in occasione della festa della donna. Avevo visto il cartaceo in libreria nella sezione dei romanzi storici, ma non l'avevo acquistato a causa del prezzo piuttosto elevato di questa edizione.
Il romanzo mi aveva attirata perché si proponeva di essere una biografia romanzata della vita di Caterina Riario Sforza, che è stata contessa di Imola e Forlì e un'importantissima figura del nostro Rinascimento. Lo ammetto, non avevo grandi aspettative su questo romanzo: mi aspettavo un testo di intrattenimento, di ambientazione storica, da poter leggere in un periodo in cui non me la sentivo di affrontare letture più complesse. Ma, nonostante questo, il romanzo non mi è piaciuto per niente e l'ho abbandonato intorno a pagina 100.
Innanzitutto non mi è piaciuto lo stile: povero, estremamente semplice e colloquiale e che pertanto non si adattava minimamente al soggetto trattato. Ma la cosa che mi è piaciuto di meno è stata la modalità con la quale viene portata avanti la narrazione: c'è un narratore onnisciente che racconta la vita di Caterina come se fosse una cronaca e non un vero proprio romanzo. Mi spiego meglio: il narratore si sofferma su qualche episodio particolare – generalmente insignificante - mentre il resto della vita di Caterina viene riassunto velocemente; interi anni che sfumano in qualche frase. Ma il problema è che vengono riassunti con la medesima nonchalance alcuni fatti fondamentali nella vita della protagonista, come, ad esempio, la morte del padre Galeazzo Maria Sforza in seguito ad una congiura e dunque non vengono assolutamente descritte le reazioni e gli stati d'animo della protagonista di fronte a questi eventi che certamente hanno segnato la sua vita.
I personaggi non hanno alcuno spessore e nemmeno la protagonista riesce ad emergere. Di conseguenza questo romanzo risulta come un pessimo riassunto dei fatti più importanti del nostro Quattrocento, intervallati da qualche dialogo tra Caterina e un altro personaggio, che è generalmente funzionale, non tanto a portare avanti una qualche trama, perché non c'è, ma ad esporre al lettore qualche altra nozione di storia.
In conclusione sembra che l'autrice fosse indecisa fra lo scrivere una biografia o un romanzo e, nel dubbio, forse non possedendo le competenze per comporre un saggio storico di tutto rispetto, abbia optato che comporre un ibrido, una specie di fusione tra i due generi. Questo testo, infatti, non può essere definito un romanzo storico, dato che manca di uno dei tratti fondamentali di questo genere: manca, infatti, la ricostruzione dell'aspetto caratteriale ed emotivo di persone realmente esistite. Noi tutti conosciamo la storia di Giulio Cesare, di Napoleone o di Anna Bolena ed esistono tantissimi testi storici che la ricostruiscono; quello che conosciamo meno sono le emozioni provate da costoro in certe circostanze, il loro modo di fare, il loro carattere, i rapporti che li legavano con gli altri... ed è proprio a questo che servono i romanzi storici, a ricostruire tutto questo, attraverso l'immaginazione dello scrittore. Non c'è la certezza scientifica, ma c'è l'ipotesi, l'interpretazione di un certo personaggio o di un certo fatto storico, che generalmente si basa su ricerche più o meno approfondite.
Certamente l'autrice ha svolto della ricerche per scrive questo testo, ma non è poi riuscita a tradurre i materiali raccolti in un vero e proprio romanzo. Ma, d'altra parte, non è riuscita nemmeno a realizzare una biografia dal valore scientifico, data l'inserzione di dialoghi fittizi, la mancanza di note o bibliografia e, soprattutto, la presenza di errori storici e anacronismi di vario genere.

Andrea Camilleri – La rivoluzione della luna

Editore: Sellerio
Formato: brossura
Prezzo: 14,00€
Voto: 4,5/5

Andrea Camilleri è senza dubbio uno dei miei scrittori preferiti, tuttavia, fino ad ora, non mi era mai capitato di leggere uno dei suoi romanzi storici. Ho deciso di cominciare con La rivoluzione della luna perché mi attiravano particolarmente i temi trattati.
In questo romanzo si narra infatti una vicenda realmente avvenuta, anche se poco conosciuta: per questo motivo, il romanzo rientra senza dubbio nel genere della microstoria, come La chimera di Vassalli (vedi letture di gennaio) e Il consiglio d'Egitto di Sciascia (vedi letture di febbraio).
Protagonista del romanzo è infatti donna Eleonora di Mora moglie del viceré di Sicilia don Angelo de Guzmàn. In seguito alla morte del marito, da tempo malato, la donna diviene eccezionalmente viceré al suo posto, così come scritto nelle ultime volontà del suo consorte. Nonostante le obiezioni che giungono da più parti, e in particolare dal Consiglio che affianca il viceré nel governo dell'isola, donna Eleonora sale al potere e comincia a governare la Sicilia in modo esemplare. In questo modo, tuttavia, si crea anche dei nemici potenti.
Questa vicenda, risalente al XVII secolo, è specchio dell'oggi: Eleonora, in quanto donna, si trova ad affrontare il doppio delle difficoltà con cui avrebbe a che fare un suo omologo di sesso maschile, così come avviene ancora oggi, nel 2017, quando una donna si trova a ricoprire un qualsiasi incarico di potere. Questo breve romanzo dunque, riflette sulla condizione delle donne nel mondo moderno e delle difficoltà che si trovano ad affrontare, nonostante siano talvolta più competenti dei loro colleghi uomini.
Lo stile di Camilleri è inconfondibile ed anche qui utilizza il suo impasto linguistico tra italiano e siciliano, che lo ha reso famoso con la saga di Montalbano. Inoltre, qui, in alcuni dialoghi, vi è l'introduzione di uno spagnolo fittizio (donna Eleonora si esprime in questa lingua) che può talvolta creare qualche difficoltà di comprensione per un lettore a digiuno di questa lingua, anche se comunque la difficoltà si riduce a poche parole, il cui significato può essere dedotto dal contesto.
Altro tratto indispensabile dello stile di Camilleri, che è presente anche qui, è la sua ironia, sottile e spassosa.
Oltre alla condizione delle donne, un altro tema centrale del romanzo riguarda la strumentalizzazione della religione, qui utilizzata dal vescovo, nemico di donna Eleonora, per scatenarle contro la popolazione di Palermo. Questo tipo di potere è incredibilmente forte e tutt'oggi ne vediamo le conseguenze, laddove il sentimento religioso si traduce in fanatismo, e quest'ultimo – come accade nella maggior parte dei casi – sfocia nella violenza.
Tuttavia, questo romanzo non è esente da difetti. Quello più importante, secondo il mio parere, riguarda la caratterizzazione dei personaggi, che sono assolutamente bidimensionali: ci sono i buoni e ci sono i cattivi, ma non ci sono personaggi né buoni né cattivi, e perciò si perde quell'illusione di realtà che in un romanzo del genere sarebbe auspicabile. Solo uno dei secondari acquisisce qualche sfumatura e perciò risulta il più credibile tra i personaggi del romanzo.

J. K. Rowling – Harry Potter e i doni della morte

Editore: Salani
Formato: rilegato
Prezzo: 14,00€
Voto: 4/5

Questo mese ho anche finalmente completato la lettura della saga di Harry Potter. Un po' mi dispiaceva separarmi da questa serie – dato che non ho nessuna intenzione di leggere Harry Potter e la maledizione dell'erede – ma alla fine ho deciso che, in piena sessione estiva, questa poteva essere la lettura rilassante della quale avevo bisogno per riposarmi tra una seduta di studio e l'altra.
Questo ultimo romanzo mi è certamente piaciuto come gli altri volumi della saga, nessuno dei quali mi ha mai delusa, benché ne abbia preferiti alcuni ad altri. Persino il tanto contestato finale Diciannove anni dopo non mi è sembrato così terribile come avevo sentito dire: probabilmente si poteva evitare, ma certamente non ha il potere di rovinare la conclusione della saga.
Quello che invece non mi è piaciuto molto riguarda la prima parte del volume e in particolare i capitoli dedicati alla ricerca degli Horcrux, durante la quale Harry, Ron e Hermione campeggiano in giro per i boschi senza sapere bene come procedere. Ecco, come era accaduto con il sesto film della saga, che copre più o meno questo arco narrativo, ho trovato questa prima parte estremamente noiosa.
Molto interessante invece tutta la parte che riguarda la storia di Silente: il voler scoprire come stavano davvero le cose mi ha spinto a leggere abbastanza velocemente anche le parti che mi sono apparse più noiose. Inoltre, leggere di Grindelvald ha fatto sì che desiderassi vedere al più presto al cinema i seguiti di Animali fantastici e dove trovarli.
I personaggi, anche quelli secondari, sono in questo libro ben caratterizzati, forse in modo migliore rispetto agli altri capitoli della saga, nei quali ci si concentrava su i protagonisti e pochi secondari; qui, invece, ognuno ha il proprio spazio e ne riceve spessore. In particolare, ho trovato magistrale il capitolo con i ricordi di Piton, dove, con una serie di brevi flash, la Rowling riesce a dipingere un personaggio complesso ed incredibilmente umano (ma io sono di parte, perché adoravo Piton sin dall'inizio).
La Rowling dimostra, in questo romanzo ancor più che nei precedenti, la propria grandissima capacità di intrecciare un tessuto narrativo in cui ogni filo va al proprio posto, in cui tutto si ricollega con una naturalezza disarmante; questo romanzo si ricollega infatti a tutti i precedenti, ne riprende dettagli o punti focali delle trame, senza che vi si percepiscano forzature, come se fosse (e certamente lo è) tutto studiato sin dall'inizio.

Art Spiegelman – Maus

Editore: Einaudi
Formato: brossura
Prezzo: 20,00€
Voto: 5/5

Maus è probabilmente uno dei capisaldi del fumetto contemporaneo ed è certamente conosciuto anche al di fuori della cerchia di coloro che leggono abitualmente questo genere, principalmente grazie alla materia della quale tratta.
In esso, infatti, Art Spiegelman racconta la storia di suo padre Vladek, ebreo di origine polacca, che ha affrontato la persecuzione antisemita ed è stato poi rinchiuso ad Auschwitz. Si tratta dunque di un argomento di grande importanza e che è stato spesso trattato in opere narrative di varia natura.
Tuttavia, la forza di questo graphic novel non è data solo dalla storia trattata, ma anche dal modo in cui essa viene riprodotta dall'autore. In particolare, ci sono due aspetti che mi hanno colpita particolarmente e che sono, secondo me, centrali nella composizione dell'opera.
Innanzitutto, l'aspetto più evidente riguarda la rappresentazione allegorica dei personaggi, che non sono disegnati in modo realistico, ma come animali antropomorfizzati, in modo che si possa distinguere, con un solo colpo d'occhio, le varie fazioni in gioco. Ad esempio, gli ebrei sono disegnati come topi, mentre i tedeschi sono gatti, e così via. Questo tipo di rappresentazione non sminuisce affatto l'impatto emotivo che l'opera esercita sul lettore e neppure ne smorza la crudezza ed è perciò assolutamente efficace.
Un altro aspetto fondamentale riguarda la modalità con la quale viene condotta la narrazione: l'autore, infatti, non si limita a riportare i fatti così come gli sono stati raccontati dal padre, ma mostra i suoi lunghi colloqui con il genitore ed è la stessa voce di Vladek che ci descrive i fatti del suo passato. Questo, oltre a creare un interessante aspetto metafumettistico – infatti, all'interno delle sezioni in cui l'autore dialoga con il padre, spesso si interroga su come strutturare la sua opera, su come disegnare certe scene, ecc. –, permette a Spiegelman di dipingere suo padre in modo del tutto realistico. Vladek, infatti, non è dipinto, bidimensionalemnte, come una vittima incolpevole di una persecuzione, ma ne vengono mostrati anche i difetti, le meschinità, gli egoismi. Certo, l'olocausto è ovviamente condannato, ma non per questo l'autore rinuncia a mostrare per intero la figura di suo padre.

In conclusione, lo ritengo un graphic novel di altissimo livello e ne consiglio la lettura anche a tutti coloro che hanno pregiudizi nei confronti della nona arte, poiché la ritengono incapace di comunicare messaggi profondi e ne sminuiscono il valore culturale.