Sono
passati 9 anni, ma alla fine ci siamo arrivati: Game of Thrones
è giunta al termine qualche giorno fa, con una conclusione che, come
c'era da aspettarsi, ha diviso i fan, mai tanto numerosi per una
serie tv, che la seguivano con trepidazione da tutto il mondo.
Questa
ultima stagione, in particolare, ha suscitato grandi polemiche perché
è risultata spiccatamente inferiore alle aspettative di gran parte
dei fan; tanto inferiore che si è giunti ad indire una petizione online per chiedere alla HBO di rifare l'intera ottava stagione.
Un'idea balzana dettata dall'ira di un fan che non ha visto il suo
personaggio preferito salire sul trono puntuto? Forse, ma intanto ha
raccolto più di un milione e mezzo di firme.
Certo, quest'iniziativa, anche se dovesse mai raggiungere l'obiettivo di tre milioni di sottoscrizioni, non comporterebbe nessuno scopo pratico: tuttavia, è utile per comprendere quanto sia stato l'impatto di Game of thrones sulla popolazione mondiale e, di conseguenza, quanto la sua conclusione in sordina, dopo un inizio tanto brillante, abbia deluso le aspettative di molti.
Ma, prima di parlare di questo finale tanto discusso e di quelle che, secondo me, sono le cause della decadenza della serie (iniziata ben prima della 8x01) e del fallimento finale, dobbiamo fare un passo indietro. Dobbiamo infatti tornare alle prime stagioni e dobbiamo chiederci: cosa ci ha fatto appassionare tanto a questa storia?
Primo punto di forza della serie tv sono senza dubbio i personaggi: sono tantissimi, tra principali e secondari, tutti diversi fra loro, tutti caratterizzati e sfaccettati nei dettagli, tanto da renderli veri, verosimili, come una versione di noi stessi che vive in un mondo diverso dal nostro. Hanno punti di riferimento, ideali, obiettivi diversi; agiscono seguendo queste direttive, ma sempre in modo coerente rispetto al loro carattere; per questo, spesso sbagliano, compiono azioni che a noi sembrano prive di buon senso, eppure, se ci mettessimo davvero nei loro panni, comprenderemmo perché hanno deciso così. E non è questo che succede anche nella vita di tutti i giorni, quando ci confrontiamo con persone reali e condividiamo o condanniamo le loro scelte?
Dunque, tanti personaggi, tanti punti di vista, tanti luoghi diversi. Questa quantità, questa varietà all'inizio ci disorientano. Non ricordiamo i nomi di tutti, non capiamo da che parte sono schierati: quali sono i buoni? Quali i cattivi? E chi è il protagonista della storia? E chi l'antagonista, il Nemico con la N maiuscola, il Sauron della situazione?
Non ci sono. Non è una storia come le altre, dove l'eroe, nonostante le peripezie alla fine vince. Non c'è un eroe, perché tutti sono esseri umani che agiscono secondo i loro principi e spesso sbagliano: a volte si rialzano, a volte cadono nell'abisso. Non c'è un eroe completamente positivo che è sempre nel giusto, che fa sempre le scelte giuste e che vince: perché agire giustamente, non vuol dire sempre agire secondo giustizia, nella vita reale.
Nessun protagonista, nessun eroe. E questo lo comprendiamo benissimo nella prima stagione, quando un eroe ci viene dato - o meglio, ci viene presentato come tale - e poi ci viene ucciso sotto gli occhi.
Una prospettiva straniante, per chi è abituato alle narrazioni tradizionali, eppure proprio per questo affascinante, originale. Ci si può aspettare di tutto in una storia in cui il re muore per un incidente di caccia, un bambino viene gettato da una torre per coprire un incesto e quello che fino ad allora ci era stato presentato come il protagonista viene decapitato poco dopo aver scoperto il grande segreto di corte.
Tanti personaggi, tante storyline. Un altro punto di forza di Game of thrones è dunque la capacità di far intrecciare fra loro tutte queste storie, tanti fili colorati che vanno a formare un disegno ben definito ma che sarà visibile solo quando sarà completo. Un ordito complesso, dunque, ma che con i suoi colpi di scena veramente inaspettati e i suoi risvolti spesso cruenti non può fare a meno di affascinare il pubblico. Così come certamente lo hanno affascinato le diverse location dello show, unite ad un world building magistrale e studiato nei minimi dettagli, indispensabile per rendere credibile una storia ambientata in un mondo immaginario; ma per questo dobbiamo ringraziare lo zio Martin (e i suoi collaboratori).
Dunque, per dirla in poche parole, ciò che ha fatto il successo di questa serie tv è la scrittura intelligente della sceneggiatura. Dell'intreccio e dei personaggi ho parlato abbastanza, ma due parole vanno spese anche per ricordare i dialoghi, con quelle frasi epiche ed iconiche che sono entrate nel patrimonio linguistico comune. Esagero? Allora mi dovete giurare di non aver mai detto, né pensato, L'inverno sta arrivano (o, se siete più internazionali, Winter is coming).
Complessità, dunque. Eppure, per realizzare la serie tv l'universo creato da Martin è stato ampiamente semplificato, sfoltito di molti personaggi secondari e di gran parte delle sotto-trame che lo animano. Questo lavoro è stato inizialmente portato avanti in maniera assai intelligente e grazie alla collaborazione dello stesso autore delle Cronache del ghiaccio e del fuoco. Una semplificazione era indispensabile per adattare una saga tanto complessa e dispersiva al mezzo audiovisivo.
Tuttavia, le cose hanno cominciato a cambiare a partire dalla quinta stagione, ovvero quando Martin ha deciso di smettere di collaborare con gli sceneggiatori della serie, e sono man mano peggiorate quando i romanzi-serbatoio da cui attingere la storia si sono esauriti. Gli sceneggiatori, abbandonati a loro stessi e con in mano solo alcune direttive da parte dell'autore, si sono ritrovati a gestire un intreccio troppo complesso per le loro capacità e sono corsi ai ripari.
A partire dalla quinta stagione, infatti, possiamo notare benissimo una progressiva semplificazione nella scrittura e una scrematura nel numero dei personaggi, che a volte muoiono senza una reale motivazione all'interno dell'intreccio generale. Questa ulteriore semplificazione - un po' raffazzonata, a dire il vero - ha determinato a sua volta una progressiva banalizzazione nella costruzione dei personaggi e nell'intrecciarsi delle loro storie, originando sgorbi come, per citarne solo uno, la storyline di Dorne, che sembra buttata lì proprio perché non se ne poteva fare a meno, e poi risolta alla bell'è meglio, tanto per levarsela di torno.
Ma è con la settima stagione che, secondo me, si raggiunge il livello di non ritorno per quanto riguarda la cattiva sceneggiatura; l'ottava, poi, non può che seguire a ruota. La trama viene semplificata tanto da ottenere due soli schieramenti: i buoni, rappresentati da Daenerys, e i cattivi, rappresentati da Cersei; gli altri personaggi si aggregano intorno a questi due poli. Poi, è vero, c'è il Re della Notte con il suo esercito di morti, ma di lui ci importa fino ad un certo punto, perché, sì, è minaccioso, è invincibile, è il Nemico Finale (o almeno così ci appare in quel momento), ma non è un personaggio ben definito: è più un'entità, rappresenta la morte, il cattivo che persegue il male senza motivazioni reali, solo perché è nella sua natura farlo. Dunque, non è affascinante, non ha idee che possono essere condivise o condannate, è solo uno spauracchio (o meglio, così ci viene presentato nella serie, chissà che Martin non sappia fare di meglio).
Ma più di ogni altra cosa, in questa penultima stagione si cominciano a vedere delle incoerenze nella costruzione dei personaggi principali e nello svolgimento della trama. Si coglie - e non c'è bisogno di essere troppo avveduti per farlo - la mano degli sceneggiatori che muovono i personaggi, che li fanno deviare dal loro percorso solo per far procedere la storia. Un procedimento fastidiosissimo, il peggior difetto di qualunque storia.
Esempio lampante di questa "manomissione" dei personaggi è Tyrion che ci è stato fino ad allora presentato come il personaggio più intelligente della serie e che in questa settimana stagione commette uno sbaglio dopo l'altro, giungendo fino al punto di consigliare di andare a nord della Barriera per catturare un Non-morto da presentare sotto il naso di Cersei. Potrei scrivere pagine intere su quante falle abbia questo piano, ma non voglio insultare l'intelligenza dei miei lettori spiegando l'ovvio; mi limito a sottolineare che questo snaturamento di Tyrion serviva solo ed esclusivamente a far arrivare uno dei draghi dal Re della Notte, così che lo potesse asservire ed utilizzare per abbattere la Barriera.
Però, a favore di queste ultime stagioni si può senza dubbio dire che a livello visivo la serie è nettamente migliorata. Il budget a disposizione è aumentato esponenzialmente e si vede: produce delle sequenze visivamente incredibili ed è quasi impossibile non esaltarsi quando i draghi volano e fiammeggiano in giro. Lo stesso non si può dire delle prime stagioni, nelle quali la Barriera sembrava fatta di polistirolo e Tyrion e Bronn attraversano la Valle di Arryn a piedi. Ma la CGI non basta, se la scrittura scricchiola. È come montare un tendaggio splendido su un'intelaiatura marcia; apparentemente avete realizzato un padiglione magnifico, ma poi basta un alito di vento per buttarlo giù.
A tutto questo si aggiunge, specialmente in questa ottava stagione (finalmente ci sono arrivata) la fretta tremenda di giungere alla conclusione perché, i soldi ci sono e sono tanti, ma non bastano per fare tutto quello che si dovrebbe fare, e dunque si deve risolvere tutto in 6 episodi. E questa fretta, unita ai difetti già ampiamente sviscerati, ha fatto sì che in questa ottava stagione si verificassero un numero incalcolabile di incoerenze, di buchi di trama, di soluzioni troppo semplici per essere credibili, di colpi di scena male orchestrati e perciò deludenti (sorpresa non è sinonimo di buona scrittura), di scene messe lì solo per accontentare i fan (i momenti da soap opera si sprecano nell'ottava stagione).
Incoerenza, soprattutto, è la parola chiave per descrivere questa stagione. Incoerenza nella costruzione delle situazioni, per cui ciò che avviene in un episodio contraddice quanto avvenuto in quello precedente (due parole: draghi e scorpioni). Ma anche - e soprattutto - incoerenza rispetto alle stagioni precedenti, nello sviluppo della trama e dei personaggi, per cui abbiamo profezie dimenticate, morti casuali, cambiamenti repentini nel comportamento di alcuni personaggi che non hanno spiegazioni plausibili (e non mi riferisco solo a Daenerys).
Non mi soffermerò qui a piangere sulle ceneri dell'intrigo, del gioco del trono del titolo, che è morto ormai da due stagioni a questa parte, con Ditocorto che tenta di mettere le due sorelle Stark l'una contro l'altra senza alcun motivo e Varys che si fa beccare come un principiante, perché scrive pizzini compromettenti e rivela a Tyrion e a Jon i propri piani come se stesse raccontando cosa ha mangiato per cena.
Dunque, come poteva, da tutto questo, derivare un finale soddisfacente?
Come c'era da aspettarsi, l'ultimo episodio della serie ha deluso molti fan, ma non perché, come hanno detto molti, non si è avverato ciò che ci si aspettava, ma per il modo in cui siamo arrivati a questa conclusione. Il problema non è chi sale sul trono di spade, il problema è che i lord di Westeros lo accettano all'unanimità senza protestare; il problema non è un personaggio che viene spedito dai Guardiani della Notte, il problema è che questo ordine non ha più senso di esistere, ora che gli Estranei sono sconfitti per sempre e i Bruti sono alleati; il problema non è che Daenerys è impazzita, il problema sono le circostanze poco credibili che l'hanno portata ad impazzire e che servivano solo per dare una motivazione alla sua scomparsa (e, di nuovo, si vede chiara la mano dello sceneggiatore); e potrei continuare così per ore.
A tutto questa va aggiunta l'assoluta assenza di pathos e di coinvolgimento emotivo che si respira nell'ultima puntata: è il finale di una serie che ci ha tenuti con il fiato sospeso per nove anni, che ha animato tante nostre conversazioni, che ci ha portati ad interrogarci sul destino di quel personaggio o di quell'altro, che ci ha fatto trepidare in attesa dell'episodio o della stagione seguente; eppure non si prova niente. Game of thrones si chiude così, in sordina, e non ci lascia altro che un fortissimo senso di amaro in bocca.
Complessità, dunque. Eppure, per realizzare la serie tv l'universo creato da Martin è stato ampiamente semplificato, sfoltito di molti personaggi secondari e di gran parte delle sotto-trame che lo animano. Questo lavoro è stato inizialmente portato avanti in maniera assai intelligente e grazie alla collaborazione dello stesso autore delle Cronache del ghiaccio e del fuoco. Una semplificazione era indispensabile per adattare una saga tanto complessa e dispersiva al mezzo audiovisivo.
Tuttavia, le cose hanno cominciato a cambiare a partire dalla quinta stagione, ovvero quando Martin ha deciso di smettere di collaborare con gli sceneggiatori della serie, e sono man mano peggiorate quando i romanzi-serbatoio da cui attingere la storia si sono esauriti. Gli sceneggiatori, abbandonati a loro stessi e con in mano solo alcune direttive da parte dell'autore, si sono ritrovati a gestire un intreccio troppo complesso per le loro capacità e sono corsi ai ripari.
A partire dalla quinta stagione, infatti, possiamo notare benissimo una progressiva semplificazione nella scrittura e una scrematura nel numero dei personaggi, che a volte muoiono senza una reale motivazione all'interno dell'intreccio generale. Questa ulteriore semplificazione - un po' raffazzonata, a dire il vero - ha determinato a sua volta una progressiva banalizzazione nella costruzione dei personaggi e nell'intrecciarsi delle loro storie, originando sgorbi come, per citarne solo uno, la storyline di Dorne, che sembra buttata lì proprio perché non se ne poteva fare a meno, e poi risolta alla bell'è meglio, tanto per levarsela di torno.
Ma è con la settima stagione che, secondo me, si raggiunge il livello di non ritorno per quanto riguarda la cattiva sceneggiatura; l'ottava, poi, non può che seguire a ruota. La trama viene semplificata tanto da ottenere due soli schieramenti: i buoni, rappresentati da Daenerys, e i cattivi, rappresentati da Cersei; gli altri personaggi si aggregano intorno a questi due poli. Poi, è vero, c'è il Re della Notte con il suo esercito di morti, ma di lui ci importa fino ad un certo punto, perché, sì, è minaccioso, è invincibile, è il Nemico Finale (o almeno così ci appare in quel momento), ma non è un personaggio ben definito: è più un'entità, rappresenta la morte, il cattivo che persegue il male senza motivazioni reali, solo perché è nella sua natura farlo. Dunque, non è affascinante, non ha idee che possono essere condivise o condannate, è solo uno spauracchio (o meglio, così ci viene presentato nella serie, chissà che Martin non sappia fare di meglio).
Ma più di ogni altra cosa, in questa penultima stagione si cominciano a vedere delle incoerenze nella costruzione dei personaggi principali e nello svolgimento della trama. Si coglie - e non c'è bisogno di essere troppo avveduti per farlo - la mano degli sceneggiatori che muovono i personaggi, che li fanno deviare dal loro percorso solo per far procedere la storia. Un procedimento fastidiosissimo, il peggior difetto di qualunque storia.
Esempio lampante di questa "manomissione" dei personaggi è Tyrion che ci è stato fino ad allora presentato come il personaggio più intelligente della serie e che in questa settimana stagione commette uno sbaglio dopo l'altro, giungendo fino al punto di consigliare di andare a nord della Barriera per catturare un Non-morto da presentare sotto il naso di Cersei. Potrei scrivere pagine intere su quante falle abbia questo piano, ma non voglio insultare l'intelligenza dei miei lettori spiegando l'ovvio; mi limito a sottolineare che questo snaturamento di Tyrion serviva solo ed esclusivamente a far arrivare uno dei draghi dal Re della Notte, così che lo potesse asservire ed utilizzare per abbattere la Barriera.
Però, a favore di queste ultime stagioni si può senza dubbio dire che a livello visivo la serie è nettamente migliorata. Il budget a disposizione è aumentato esponenzialmente e si vede: produce delle sequenze visivamente incredibili ed è quasi impossibile non esaltarsi quando i draghi volano e fiammeggiano in giro. Lo stesso non si può dire delle prime stagioni, nelle quali la Barriera sembrava fatta di polistirolo e Tyrion e Bronn attraversano la Valle di Arryn a piedi. Ma la CGI non basta, se la scrittura scricchiola. È come montare un tendaggio splendido su un'intelaiatura marcia; apparentemente avete realizzato un padiglione magnifico, ma poi basta un alito di vento per buttarlo giù.
A tutto questo si aggiunge, specialmente in questa ottava stagione (finalmente ci sono arrivata) la fretta tremenda di giungere alla conclusione perché, i soldi ci sono e sono tanti, ma non bastano per fare tutto quello che si dovrebbe fare, e dunque si deve risolvere tutto in 6 episodi. E questa fretta, unita ai difetti già ampiamente sviscerati, ha fatto sì che in questa ottava stagione si verificassero un numero incalcolabile di incoerenze, di buchi di trama, di soluzioni troppo semplici per essere credibili, di colpi di scena male orchestrati e perciò deludenti (sorpresa non è sinonimo di buona scrittura), di scene messe lì solo per accontentare i fan (i momenti da soap opera si sprecano nell'ottava stagione).
Dunque, come poteva, da tutto questo, derivare un finale soddisfacente?
Come c'era da aspettarsi, l'ultimo episodio della serie ha deluso molti fan, ma non perché, come hanno detto molti, non si è avverato ciò che ci si aspettava, ma per il modo in cui siamo arrivati a questa conclusione. Il problema non è chi sale sul trono di spade, il problema è che i lord di Westeros lo accettano all'unanimità senza protestare; il problema non è un personaggio che viene spedito dai Guardiani della Notte, il problema è che questo ordine non ha più senso di esistere, ora che gli Estranei sono sconfitti per sempre e i Bruti sono alleati; il problema non è che Daenerys è impazzita, il problema sono le circostanze poco credibili che l'hanno portata ad impazzire e che servivano solo per dare una motivazione alla sua scomparsa (e, di nuovo, si vede chiara la mano dello sceneggiatore); e potrei continuare così per ore.
A tutto questa va aggiunta l'assoluta assenza di pathos e di coinvolgimento emotivo che si respira nell'ultima puntata: è il finale di una serie che ci ha tenuti con il fiato sospeso per nove anni, che ha animato tante nostre conversazioni, che ci ha portati ad interrogarci sul destino di quel personaggio o di quell'altro, che ci ha fatto trepidare in attesa dell'episodio o della stagione seguente; eppure non si prova niente. Game of thrones si chiude così, in sordina, e non ci lascia altro che un fortissimo senso di amaro in bocca.





