Appunti di lettura | "Patria" di Fernando Aramburu

 



«Una cicatrice rimarrà sempre. 

Però una cicatrice è già una forma di cura.»


Fernando Aramburu è nato a San Sebastian nel 1959, ma vive da molti anni in Germania. Nel 2016 ha pubblicato il suo romanzo più celebre, Patria, in cui racconta la storia più recente dei Paesi Baschi, segnata dal terrorismo dell'ETA. Dopo il grande successo in Spagna, il romanzo è arrivato in Italia nel 2017 per l'editore Guanda e si è aggiudicato, nel 2018, il Premio Strega Europeo. Nel 2020 HBO ne ha anche tratta una miniserie televisiva, che per il momento non è disponibile in italiano.

Patria, però, non è l'unica sua opera in cui affronta questi argomenti: c'è il romanzo Anni lenti (2012), una sorta di prototipo meno fortunato di Patria, la raccolta di racconti Dopo le fiamme (2019) e il memoir Il rumore di quest'epoca (2022), tutti editi in Italia da Guanda. L'autore, infatti, a partire dal 2011, anno in cui l'organizzazione ha deposto le armi, ha dedicato la propria letteratura alla conservazione della memoria del popolo basco.

E proprio da quel fatidico 20 ottobre 2011, quando le televisioni di tutto il mondo diramarono l'annuncio che l'ETA aveva deciso di rinunciare alla lotta armata, che inizia Patria, per poi procedere a ritroso e ricostruire, un pezzetto alla volta, le storie dei suoi personaggi.

Al centro ci sono due famiglie: da una parte quella di Bittori, il cui marito, da tutti conosciuto come il Txato, viene assassinato dall'ETA perché si rifiuta di pagare l'imposta rivoluzionaria (un vero e proprio pizzo imposto agli imprenditori locali per finanziare l'azione terroristica) e dall'altra quella di Miren, il cui figlio Joxe Mari si è invece unito all'organizzazione.

Miren e Bittori sono le due colonne su cui si regge tutto il romanzo, così come sulle loro spalle poggia il peso delle rispettive famiglie: sono due donne forti, autoritarie e volitive, ma sono anche scostanti e severe, segnate da invidie e rivalità reciproche e legate a una serie di regole non scritte che dominano il paese e che separano nettamente gli abertzale – ovvero i patrioti, i sostenitori dell'ETA – da coloro che invece ne prendono le distanze.

Il romanzo però non racconta solo di Bittori e Miren e di come la loro amicizia sororale si sia spezzata, fino a tramutarsi in odio e repulsione: Patria è infatti un romanzo familiare e, dunque, corale.

Ciò che Aramburu racconta nel suo testo è infatti come l'odio e la violenza generate dal terrorismo segnino profondamente le vite dei personaggi: poco importa se si appartiene alla famiglia delle vittime o a quella dei carnefici, comunque nella vita di tutti si apre una profonda ferita, a cui ognuno reagisce in modo diverso, ma che causa a tutti un insormontabile blocco emotivo.

E proprio i personaggi – vividi, realistici e tridimensionali – costituiscono il punto di forza di questo romanzo. L'intreccio è totalmente guidato dal dispiegarsi delle loro vite, dall'indagine che il lettore fa per capire come e perché sono giunti al punto in cui li incontriamo all'inizio del romanzo (ma di loro parleremo meglio nella parte spoiler).

I personaggi emergono così vividamente dalle pagine anche grazie allo stile di scrittura di Aramburu, che inserisce all'interno del testo numerose parole nella lingua euskadi, cercando di imitarne e distinguerne il tono di voce. Inoltre, di tanto in tanto, il narratore onnisciente lascia il posto alla voce diretta dei personaggi, con brevi inserti in prima persona, che d'improvviso ci mettono in contatto diretto con i loro pensieri.

In generale, la prosa di Aramburu è molto scorrevole: il suo è un stile piano, paratattico, dialogato, ma non privo di efficacia e capace di emozionare. La narrazione scorre fluida, grazie anche ai capitoli molto brevi e alla quasi totale assenza di descrizioni: se infatti è molto facile raffigurarsi i personaggi di Patria, è molto più complicato immaginare i luoghi in cui la vicenda si svolge.

Anche per questo il testo si presta molto bene alla lettura ad alta voce: per questo consiglio vivamente anche l'ascolto dell'audiolibro, magnificamente interpretato da Valerio Amoruso, disponibile nelcatalogo di Audible.

Come ha dichiarato in numerose interviste, Aramburu è convinto che sia necessario per il popolo basco riflettere a lungo sulle violenze che hanno segnato la sua storia più recente, per poter andare oltre: non dimenticare, per non mancare di rispetto alle vittime e ai loro familiari, ma cercare di risanare la ferita, tenendo conto dei punti di vista di tutti.

Infatti, un elemento che emerge prepotentemente da questo romanzo è come l'operato dell'ETA abbia colpito in prima istanza proprio i baschi, per la cui libertà sosteneva di lottare. Di qui l'evidente insensatezza di una lotta violenta, basata su un'ideologia pericolosa che ha convinto tanti giovani ragazzi ingenui e irrequieti a imbracciare le armi, convinti di servire una giusta causa.

Lo stesso autore ha dichiarato di aver rischiato di rimanere impigliato nella rete del terrorismo e di essersi salvato solo grazie ai valori ricevuti dalla propria educazione cristiana (anche se ora si dichiara ateo), che insegna innanzitutto a non uccidere, e anche grazie alla letteratura, che gli ha aperto un mondo di pensieri e possibilità.

Dunque il romanzo riflette innanzitutto su questo: quanto il concetto di “patria” è legato all'identità di un popolo, e quindi ne diviene un collante fondamentale che ne cementa i rapporti, e quanto invece è un'ideologia pericolosa, che si esaspera nel più violento nazionalismo e finisce per distruggere i rapporti umani, affettivi e comunitari?

Sì perché quello che si respira all'interno di Patria è un clima da guerra civile, tra delazioni, favoreggiamenti, ostracismi: la comunità basca è spaccata tra chi sostiene l'ETA e chi se ne tiene a distanza. E, per un rovesciamento assurdo, coloro che finiscono per essere vittime del terrorismo vengono isolati e bersagliati dal resto della comunità che, per convinzione o per paura, sostiene e protegge gli assassini, i militanti e le loro famiglie.

Nel romanzo non viene mostrato uno scontro tra popolo basco e autorità spagnola, ma piuttosto una lotta intestina, un fratricidio tutto interno al popolo euskera.

Per sfuggire a questa spirale di violenza, che opprime i personaggi come la pioggia scrosciante che più volte vediamo abbattersi su di loro, c'è solo una strada percorribile: il perdono. Chiedere il perdono è forse più difficile che concederlo, ma solo il perdono può risanare quella ferita, individuale e collettiva: resterà la cicatrice, ma la cicatrice è un simbolo di guarigione.

Ma torniamo ai personaggi che, come dicevamo, sono il punto di forza di questo romanzo. Per farlo, però, dovrò inserire alcuni spoiler: decidete voi se proseguire o no.

ALLERTA SPOILER

I personaggi
di Patria sono tutti segnati, benché in modo diverso dalle azioni del terrorismo: le loro relazioni, le loro scelte di vita, le loro convinzioni sono determinate dal loro rapporto, diretto o indiretto, con l'operato dell'ETA.

Esperienze diverse e reazioni diverse, come vedremo, ma sono tutti accomunati da una profonda incomunicabilità, in parte dettata dai conflitti generazionali (specie tra madri e figlie) e in parte dagli eventi drammatici che li coinvolgono. Per assurdo, Arantxa, che ha perso l'uso della parola in seguito a un ictus, è l'unica – e solo dopo l'insorgere della malattia – a parlare chiaramente e a dire sinceramente ciò che pensa.

Come dicevamo, le due famiglie si sostengono quasi interamente sulle due matriarche, Miren e Bittori, mentre risultano defilati e meno rilevanti i rispettivi mariti. Joxian, il marito di Miren, è un uomo semplice, un po' indolente e dedito all'alcol: è legato al Txato e non vorrebbe rompere l'amicizia con lui, ma non ha il coraggio di sostenerlo apertamente perché, quando diventi un obiettivo dell'ETA, agli occhi del paese sei un appestato e tutti coloro che ti sono accanto si infettano.

Il Txato, dal canto suo, è un uomo ambizioso che si è costruito un'attività e che non vuole sottostare alle prepotenze dell'ETA (anche perché non se lo potrebbe permettere) e per questo viene assassinato. Avrebbe la possibilità di allontanarsi, lasciare il paese (pieno di spie) e rifugiarsi altrove, ma anche lui è legato alla propria terra e decide di lasciarla quando ormai è troppo tardi.

Di Miren e Bittori abbiamo in parte già parlato: due personaggi che risultano sgradevoli agli occhi dei lettori. Due personaggi animati da un rancore che le segna fino alla fine del romanzo, quando finalmente ritrovano un punto d'incontro, condizionate dalla pressioni sociali e dall'aderenza a una serie di regole antiquate.

Miren, in particolare, è il personaggio più difficile del romanzo: astiosa, invidiosa, ossessionata dai soldi (tanto che sono la sua prima preoccupazione anche quando raggiunge la figlia Arantxa paralizzata dall'ictus), aderisce senza riserve all'ideologia del figlio Joxe Mari, un po' perché guidata dal sentimento materno (è senz'altro il suo figlio preferito), un po' per manifestare apertamente l'invidia che prova per l'amica che ha sposato un uomo più ricco e ambizioso del suo e i cui figli possono permettersi di studiare.

Ma Miren si porta dentro un rancore apparentemente precedente alla rottura dei rapporti con l'amica: io ho visto in lei la rappresentazione di una donna che ha dovuto assumere il ruolo di moglie e madre contro la propria volontà, per adeguarsi alle convenzioni sociali, e proprio da questa costrizione nasce la sua rabbia repressa, che tende a riversare verso chiunque le stia intorno, specialmente il marito. Questo stesso discorso è applicabile anche a Bittori, che però è stata più fortunata, dato che si è aggiudicata uno status sociale e un benessere economico che invece l'amica non ha ottenuto. Non a caso entrambe le donne, da ragazze, intendevano farsi suore: un modo illusorio per sfuggire alla logica patriarcale.

Ma torniamo a Bittori: all'ostilità crescente dell'amica e alla sua svolta ideologica, di totale adesione al pensiero nazionalista, reagisce rimanendo ferma sulle proprie posizioni. Di conseguenza la rottura è inevitabile e, come si è detto, i rapporti tra le due donne peggiorano, il loro odio si alimenta di anno in anno. Bittori, quando la incontriamo, è una donna sola e ancora in lutto per la morte del marito, con la cui tomba parla quasi ogni giorno. È una donna alla fine dei propri giorni che vuole riappropriarsi dei propri spazi (torna infatti al paese, nonostante nessuno la voglia lì), ma soprattutto della propria memoria. Ciò che vuole Bittori è la verità, perché le è indispensabile per concedere il perdono e andarsene finalmente in pace a raggiungere il marito.

I figli non se la cavano certo meglio. Xabier e Nerea sono profondamente colpiti dalla morte del padre e reagiscono al lutto in modo apparentemente opposto ma ugualmente autodistruttivo.

Xabier, colpito dalla sindrome del sopravvissuto, sacrifica la sua intera vita alla memoria del padre e alla cura della madre, rinunciando a qualunque forma di piacere o felicità, tuffandosi interamente nel lavoro. Dal giorno in cui gli viene annunciata la morte del Txato rimane come congelato, paralizzato, incapace di andare oltre.

Nerea, invece, cerca da subito di prendere le distanze da ciò che è successo: non torna in paese, non partecipa al funerale, incapace di affrontare realmente il dolore. Ma la sofferenza rimane ben piantata dentro di lei e la conduce a compiere una serie di azioni sbagliate: le sue relazioni sono una più fallimentare dell'altra, finché non giunge a sposare il suo stupratore, un uomo disgustoso che tratta le donne come oggetti sessuali, credendosi superiore alle convenzioni e alla morale, ma in realtà finendo incastrata in un matrimonio infelice e inconcludente.

Ma anche i figli di Miren non se la passano meglio. Joxe Mari, il maggiore, si vota alla causa dell'ETA. Le sacrifica tutto: il suo futuro come giocatore di palla a mano, l'innocenza, le esperienze affettive e sessuali e ogni altra forma di realizzazione e soddisfazione personale, per poi rendersi conto, in carcere, di aver lottato tutta la vita e di aver commesso azioni orribili, per un'illusione.

Il fratello Gorka, invece, riesce a sfuggire (al pari dell'autore) alle maglie dell'ETA grazie ai libri e al suo amore per la lettura. Soffocato dalla realtà provinciale e restrittiva del paese, si rifugia a Bilbao, prende le distanze dalla propria famiglia, disgustato dalle azioni del fratello e dall'appoggio che riceve dai genitori, ma anche certo che loro non potrebbero mai accettare le sue scelte di vita. Si ricrederà alla fine, quando li vedrà comparire al suo matrimonio con il compagno Ramon: un finale sicuramente emozionante, ma forse poco credibile, vista anche la spiccata religiosità di Miren.

Infine, Arantxa, il personaggio con cui probabilmente è più facile empatizzare e che viene colpita più duramente all'interno del romanzo: non soltanto per via della militanza e dall'incarcerazione del fratello, ma anche da altre esperienze personali, tra cui l'ictus che la priva della propria autonomia e la fa tornare al punto di partenza, al paese, nella casa dei genitori, dipendente dalla madre.

Arantxa, al pari di Nerea, è in continuo conflitto con la madre perché vuole andare oltre, vuole trovare una strada per risanare il confliitto tra le due famiglie e fa tutto ciò che è in suo potere per riuscirci. Anche da qui nasce in conflitto generazionale tra le madri e le figlie tra chi rimane legato alle tradizioni e chi vuole costruire un nuovo mondo.

Ma vale la pena soffermarsi sui personaggi femminili: com'è la loro rappresentazione? Mi duole dirlo, ma non è ottimale. Le donne di Patria sono ben caratterizzate, al pari e talvolta più degli uomini, ma la loro caratterizzazione è segnata da alcuni stereotipi di cui vorremmo liberarci e spesso le loro storyline sono un tipico esempio di quella narrazione del dolore che troppo spesso interessa esclusivamente i personaggi femminili (o i personaggi che appartengono a delle minoranze). Non sono però d'accordo con chi sostiene che i personaggi di Nerea e Arantxa siano sessualizzate e che le violenze che subiscono vengano giustificate dall'autore; è vero però che ai loro personaggi non viene concesso un vero riscatto e che i loro mariti non vengono adeguatamente puniti per le loro azioni. Loro però incarnano, a differenza dei loro fratelli, la volontà e la capacità di andare oltre, di mettere da parte il rancore e l'orgoglio per costruire qualcosa di nuovo.


Dunque, in poche parole, com'è questo Patria? 

Un buon romanzo familiare, in cui le vite delle persone comuni si intrecciano con i grandi fatti storici, aprendo una riflessione importante su una pagina di storia contemporanea non ancora chiusa. Molto coinvolgente dal punto di vista emotivo, perché capace di creare dei personaggi estremamente realistici. Si potrebbe però migliorare la caratterizzazione dei personaggi femminili. Scorrevole, grazie a una scrittura piana e molto dialogata.


Per approfondire

Discussione su Youtube

Intervista SalTo a Fernando Aramburu

La storia dell'ETA